L’URBANISTICA CHE VERRA’ /20.06.03

IN ATTESA DI QUALE LEGGE URBANISTICA?]

Dopo molti anni di ‘chiassosi silenzi’ ora la Regione Veneto è allo scadere del tempo utile per darsi l’attesa Legge Urbanistica: il dibattito si è riacceso e così potrebbe riuscire utile fare un po’ il punto della situazione dopo tanti confronti, convegni e pronunciamenti provenienti di varie parti.

Sembra ormai evidente che ‘il territorio’ dovrà essere finalmente il soggetto unitario della nuova Legge, con ciò intendendo proprio l’intero territorio, quello costruito e quello non costruito: città e campagna, periferia e zone produttive, parchi e aree protette. Come a dire che i Piani di attuazione della Legge e più semplicemente i Piani regolatori non potranno più occuparsi solamente delle aree edificate o da edificare, bensì contemporaneamente di queste e di quelle scoperte.

La diatriba che sempre ha diviso "quelli della salvaguardia" dai "costruttori" sembra pertanto doversi ridimensionare. E segnali in tal senso non mancano se si pensi ai sempre più frequenti messaggi, provenienti da personaggi del mondo produttivo, preoccupati per il troppo costruito e per il male costruito: segno evidente della necessità di riattribuire alla "cultura" un ruolo pilota nella guida degli sviluppi economico-produttivi.

La nuova Legge dovrà affrontare il problema del ripopolamento delle città storiche oggi vuote, perché queste sono patrimonio, oltre che artistico e culturale, anche residenziale, da recuperare alla loro originale destinazione. Di qui anche la possibilità di riqualificazione della periferia, oggi priva di identità, e quindi tutta da riurbanizzare, ridisegnare, forse anche con notevoli interventi di ripristino, magari rubando straordinari modelli dalla Francia e non solo.

Per quanto riguarda invece l’altro grosso problema, quello delle aree produttive, sembra altrettanto evidente la necessità di riammodernarne l’intero (o quasi) patrimonio, specie all’insegna dei distretti produttivi, oppure di aree ripensate in più ampi comprensori intercomunali (coordinati dalle province), con l’obiettivo di concentrare i servizi e contenere l’uso (o l’abuso) del territorio. Occorrerà disegnare il nuovo panorama delle aree produttive tenendo conto della necessità di nuove reti viarie interne (oggi spesso obsolete) e di nuovi servizi, con adeguati collegamenti alla grande rete infrastrutturale stradale e ferroviaria; sarà poi forse opportuno pensare anche a nuove tipologie di capannoni, meno invasivi.

Ma se questi sono gli obiettivi, come dire, tecnici, la nuova Legge dovrà risolvere anche l’altro nodo, ossia quello di individuare a chi spetti il compito di pensare, programmare, progettare e realizzare tante opere. Il problema diviene quindi quello di definire adeguatamente i ruoli e gli ambiti di competenza, sicché se spetta allo Stato di esprimere i grandi progetti, è auspicabile che alla Regione sia riconosciuto il compito di individuare le specifiche vocazioni delle aree di grande interesse (dimostrando però di saper guardare tanto al futuro vicino che a quello lontano).

In tale prospettiva, esemplare potrebbe essere la legge urbanistica tedesca del 1911, con cui si seppero programmare grandi corridoi strutturali, lasciati inedificati, lungo l’intero territorio nazionale.

Nel caso del Veneto, invece, potrebbe risultare utile il recupero dello strumento del Piano territoriale regionale, forse soltanto aggiornato. Le Province potrebbero così dedicare le loro idee e risorse entro aree già individuate e previamente coordinate, quasi ‘perimetrate’, come si usava dire all’origine della Legge Urbanistica Nazionale degli anni Sessanta: ciò per uno sviluppo intelligente del territorio, frutto di un costruttivo dialogo tra Comuni, Province e Regione.

Mi piace ricordare che la Provincia-Regione del Trentino attua uno strumento urbanistico così concepito sin dal 2 marzo 1964, pur aggiornato con il Nuovo Piano Urbanistico Provinciale (P.U.P. 2000). E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Giuseppe dalla Massara