LA RICERCA SU COMMITTENZA / 26.10.03

di Giuseppe dalla Massara 16.10.03

Domani il Bo ospiterà un importante convegno sul tema 'Fonti rinnovabili d'energia'.
Dopo il recente black out, è forse l'occasione per capire se sarà
opportuno vedere anche in Italia le grandi pale delle centrali eoliche o
se si dovrà puntare sull'energia fotovoltaica, nella cui produzione
proprio la nostra Regione è leader, o se piuttosto occorrerà tornare a
pensare al nucleare, rifiutato anni fa.
Comunque, l'occasione padovana cade in un momento in cui si punta il dito
sulle difficoltà di rendere proficua la collaborazione tra imprenditoria e
ricerca.
Mi pare che questo sia effettivamente un nodo fondamentale.
Ma il discorso può anche estendersi. L'anello debole del nostro sistema -
e ciò si sente in Veneto più che altrove -, è quello che dovrebbe tenere
insieme, da un lato, il committente e, dall'altro, colui che ha capacità
di fornire le soluzioni; non dico tout court 'ricercatore', perché la
figura di cui si sente il bisogno è forse sempre più complessa: è ormai
quella del 'creativo' a tutto campo.
"Non c'è artista senza committente" diceva Michelangelo, riconoscendo così
parte del proprio successo a committenti del calibro di Giulio II o di
Cosimo de' Medici. Ma così fu pure per Leonardo, che presso gli Sforza (e
non solo) trovò occasione per sviluppare e approfondire i propri studi su
anatomia, architettura, città fortificate, volo e quant'altro.
Fu così nell'Italia del periodo d'oro del Rinascimento, come sempre quando
vi sia stato progresso.
Anche quando, più di recente, per necessità, per voglia di riemergere o
forse semplicemente per la concomitanza di vari fattori, tanti 'artigiani'
- un po' artisti -, magari chiusi nei loro garages sfornarono idee e
prodotti capaci di trainare il boom di una splendida stagione del design e
del made in Italy in generale: erano gli anni Sessanta. Si pensi alla
fertilissima relazione tra innovazione tecnologica e ricerca creativa che
si realizzò, a seguito della scoperta del polipropilene da parte di Natta,
in tutte le sue applicazioni legate al Moplen e alle plastiche che
seguirono.
Fu quello un momento felice anche per la nuova immagine che il nostro
Paese seppe mostrare al mondo. Quel momento è ora 'storia', capace di
riempire cataloghi e mostre (una è quella padovana di questi mesi in
Palazzo della Ragione). Quei prodotti, semplici oggetti o apparecchi
tecnologici, ebbero allora firme d'autore, tutti nomi oggi celebri.
In un mondo già globalizzato (più che da globalizzare), dove pure l'arte si
serve della tecnologia: si pensi a quei pannelli realizzati su schermi
al plasma, moderna forma di pittura. I risultati nascono dal lavoro di
gruppo, da équipes eterogenee e prolifiche, concepiti in Scandinavia,
sviluppati a Bombay, rielaborati in Italia, ripresi al MIT e brevettati
senz'altro negli USA, per esser poi prodotti a Taiwan o meglio ancora in
Cina, ma - ciò rimane fondamentale - sempre commissionati da qualche
impresa che abbia una forte motivazione.
Il ruolo del committente rimane determinante. Oggi più che mai è la figura
capace di spingere una ricerca impegnativa e sempre costosa.

Potrebbe essere proprio qui l’attuale handicap italiano: cioè nella mancanza di

committenti capaci di motivare la ricerca da un lato e di una ricerca - anche universitaria-

in grado di guadagnarsi la fiducia dell’imprenditoria dall’altro.
Oggi quindi la ricerca non può più essere realizzata nelle 'cantine', né
in piccoli o grandi centri pubblici, se non esattamente finalizzata. Non
può più esistere una ricerca rimessa a volonterosi a stipendio, con la
prospettiva di poter depositare qualche risultato con regolare brevetto
all'apposito ufficio (per poi vedere il proprio lavoro a lungo ben
custodito in un cassetto).
La ricerca è qualcosa di organico, dice Federico Faggin, inventore, ormai
molti anni fa, del famoso microprocessore, e oggi alla testa di un'azienda
impegnata su ricerche sempre nuove con duecento collaboratori, giovani,
quasi artisti e senz'altro estrosi, tutti impegnati a creare piccoli e
preziosi oggetti che con paterna disinvoltura Faggin estrae dalle tasche
come talismani (costati qualche decina di milioni di dollari).
Insomma, occorre tornare a saldare quell'anello tra impresa e ricerca in
senso lato.
Come fare? La risposta non è semplice, ma occorre forse prepararsi a un
ripensamento generale del nostro sistema: rinunciando ai finanziamenti a
pioggia; cominciando a instaurare collaborazioni con le fonti più
aggiornate e attrezzate; selezionando i settori dove già esiste un
patrimonio da arricchire, a meno di voler credere fermamente in nuove
scommesse; tornando - perché no - a imparare, a sfruttare, anche a
'rubare' le idee, come altri hanno saputo fare in questi decenni.
Resta da recuperare un grosso divario. E intanto il mondo si è fatto
sempre più piccolo: anche nell'angolo più sperduto può oggi nascondersi
una moderna 'bottega' di un novello Michelangelo con alle spalle un buon
committente.

Giuseppe dalla Massara