GUARDIAMO ALL’ESTERO /2.07.03

INDUSTRIA TERZA GENERAZIONE

Abbiamo dimenticato la prima era industriale e siamo già immersi nella nuova era informatica.

Rivoluzioni di questa portata cambiano le cose sotto i nostri occhi a una velocità cui spesso non siamo preparati, costringendo ad adattamenti e stravolgimenti nel modo di pensare, di dialogare, di muoversi , ma anche a profonde modificazioni dello stesso habitat..

L’automobile potrebbe essere il test più semplice, ma anche più banale per valutare questi cambiamenti. E’ facile dal design e dalla tecnologia dell’automobile valutare la velocità della sua evoluzione, ma presto un po’ a sorpresa, viaggeremo a bordo di veicoli mossi necessariamente da nuove forme di energia, perché finita l’era del petrolio. Ci muoveremo nell’aria e non più sui nastri asfaltati anche perché questi insufficienti a sopportare già l’attuale traffico. Sarà la fine dell’automobilista in ‘seconda corsia permanente’, questo potrà se mai scegliere il suo ‘secondo livello’, all’altezza del 6° piano dei palazzi a fianco.

Se così sarà, avremo da rimpiangere tanto tempo perso in chiacchiere per strade non realizzate e per non averle pensate con strutture precarie, cioè da smontare dopo i giusti anni di buon sevizio, così come avvenne per la sopraelevata di New York . Tutto questo per l’ incapacità di prevedere anche il futuro più prossimo Parlo delle infrastrutture viarie perché argomento di questi giorni e fondamentali per lo sviluppo della nostra economia

Con simili trasformazioni, anche il posto di lavoro cambierà .

Anni addietro si chiamava "fabbrica" e la sua immagine stereotipata era data dalle grandi coperture a shed e le sempre fumanti ciminiere. Ora quella è solo archeologia industriale. Oggi si chiamano ‘capannoni’ e disseminati sull’intero territorio, nel Nord Est in particolare, sono il segno più tangibile della più recente industrializzazione: quella di seconda generazione.

Ora qualcuno vuole costruire ancora nuovi capannoni: questa volta però vorremmo sperare che possano finalmente soddisfare forma e funzione ed essere costruiti solo se, quando e dove necessario. Allineati lungo le grandi arterie o concentrati nelle piccole zone industriali hanno forse finora soddisfatto le necessità del recente successo, quando pareva importante la vicinanza all’abitazione, l’affaccio stradale (per una maggior "visibilità") e il costo del terreno: sottovalutando però i costi dei collegamenti con le infrastrutture esistenti - e quelle da farsi - e dimenticando completamente le necessarie opere di disinquinamento.

Con questa filosofia si è costruito il più possibile e anche sull’impossibile: a filo delle stesse strade che oggi (contemporaneamente) vorremmo più ampie e funzionali.

Così si sono creati dei veri e propri ‘tappi’ di cementificazione industriale.

Veri e propri tappi sono quelli di Montecchio Maggiore, tra le colline dei Lessini e quelle dei Berici, là dove è ormai impossibile ripristinare un’adeguata e sufficiente viabilità autostradale e ordinaria. Altro ‘tappo’ è senza dubbio quello che paralizza il triangolo Mestre-Treviso-Padova, dove non si sa come far passare il "passante", o quello di Conegliano-Vittorio Veneto o ancora Verona-Bussolengo. Un ‘tappo’ sarà pure quello che si vorrebbe realizzare nel basso vicentino tra Berici ed Euganei e quello della Val Feltrina.

Dovendo pensare a nuovi spazi produttivi, occorre dunque por mente a una rete infrastrutturale , ma anche ad una nuova immagine di capannone. In tal senso è interessante guardare ‘fuori casa’. Oggi la Silicon Valley, con il suo vialone a otto corsie e le ben allineate grandi sedi dell’informatica, non rappresenta più un modello attuale. La prospettiva cui guardare è piuttosto quella indicata dal ‘paesetto’ di Sophie Antipolis, sulla Costa Azzurra, costruito quasi mimetizzato nel parco e divenuto sede di ricerca scientifica a livello mondiale, completo delle più sofisticate tecnologie e con residenze recuperate in vecchi e nuovi volumi; il tutto in un insieme organico perfettamente a tono con una tra le più preziose regioni del Mediterraneo.

Ma anche a casa nostra colpiscono alcune piccole iniziative in questo senso, come quella villa veneta posta tra Vicenza e Padova che, dopo giusto recupero architettonico e qualche intervento ‘precario’ (spero), è oggi un centro di produzione informatica di alta tecnologia, dove trova lavoro un’ottantina di addetti, quasi nascosti negli spazi settecenteschi e dove le loro auto sembrano ‘legate’ agli alberi del parco così com’erano i cavalli dell’antico "casino di caccia".

Ecco perché mi piace sottolineare come mentre l’attività produttiva abbisogna di grandi aggiornamenti tecnologici, l’ambiente di lavoro dovrà cercare atmosfere stimolanti per ogni suo addetto visto quanto è sempre più importante l’ambiente in cui si vive per produrre meglio, proprio come lo è la casa, per la quale invece non prevedo grandi trasformazioni formali nonostante i progetti futuribili dei Saloni di Milano e rimarrà con il suo ruolo di rifugio della persona e delle memorie

Modello da inseguire può essere allora il recupero dei grandi contenitori, o della famosa archeologia industriale, a volte già considerati monumenti come il mulino Stuky a Venezia, ma pure di tantissimi volumi oggi ottimi spazi per loft o musei, come la nuova Tate Gallery a Londra .

Esemplare la storia dell’imprenditore trevigiano che impedito a ‘reciclare’ vecchi volumi, caparbiamente costruì una copia o quasi del Mulino Stuky perché convinto che in atmosfere di quel tipo i suoi collaboratori possano produrre meglio e più motivati

Altro esempio da citare può essere la nuova zona industriale di Schio. Di recente concezione si presenta con larghi viali alberati e funzionali e i nuovi complessi produttivi, stimolati anche dall’emulazione, assumono l’aria di palazzi alti, vetrati, luminosi, con verdi prati, larghi parcheggi e con buoni collegamenti e il tutto ancora in via di miglioramento. Dimostrando che anche il termine ‘bello’ può ritrovare spazio nel gergo delle aree industriale.

Il progetto del nuovo Veneto dovrà quindi prevedere anche il recupero e la riconversione dei grandi contenitori, ma non solo, intere fette di città, di quartieri sottoutilizzati attendono l’attenzione di amministratori e di imprenditori, non dimenticando che città come Vicenza ha denunciato 5000 vani vuoti e il suo centro storico dentro le mura conta circa 7000 residenti dei quasi 50000 degli anni ’50; e se Vicenza piange le altre città venete non ridono. Venezia ,vuota con meno di 70000 residenti ( e non più i 250000 che aveva), le isole della laguna e ancora le aree dismesse come Marghera, attendono idee forti per essere reinserite nella vita attiva della Regione, magari per tornare ad essere la Venezia che vendeva arte e cultura al mondo e non viceversa.

Perché non dare a Venezia spazio e strutture per una sede nazionale di ricerca, dove i ricercatori possano sentirsi orgogliosi di quello che fanno in un ambiente stimolante e capace di rilanciare in Italia assieme la ricerca privata, pubblica e universitaria..

Un segno di speranza ci arriva proprio in questi giorni per iniziativa del neopresidente dell’Assoindustria Vicentina Massimo Calearo che dando un segnale in contro tendenza dice anche lui basta ai capannoni, se non con un progetto generale del territorio. Un invito ai colleghi industriali a non chiedere risposte, quanto piuttosto a presentare proposte in giusta concertazione con tutte le parti coinvolte e dare le migliori soluzioni ai problemi di un Paese cresciuto troppo in fretta e senza progetto.

Progettare il territorio è uno dei compiti della nuova Legge Urbanistica Regionale e dovrà essere la grande occasione per andare oltre la stesura delle Norme per occuparsi soprattutto di pianificazione e programmazione e riaccendere le città e salvaguardare l’ambiente.

 

28 maggio 2003

Giuseppe dalla Massara

 

Agg. il 24 giu. 2003