DALLA DISCARICA AL TERZO
GIARDINO
di Giuseppe dalla Massara il 13.01.06
A seguire Zygmunt Bauman, tra i massimi indagatori delle contraddizioni umane dei giorni
nostri, si trae un quadro tetro, con ben poche prospettive, per le nostre città: si
dipinge un'umanità urbana che sembra aver perso il senso della socialità, animata da un
individualismo esasperato. Elemento caratterizzante delle nostre città sarebbe
l'insicurezza. Agli occhi dello stesso Bauman, la città appare come un luogo di
'discarica' dei problemi, dei rifiuti della globalizzazione. D'altra parte, in un mondo
pilotato da grandi poteri, si comprende anche come la politica appaia ripiegata sempre
più sulla dimensione locale. Di qui, forse, la difficoltà di fare progetti di ampio
respiro: e chi
dovrebbe amministrare sembra davvero stretto in un'alternativa tra modesti problemi 'di
cortile' e questioni troppo grandi, ormai nelle mani di poteri globali, appunto. Quali
prospettive? Forse occorre guardare proprio alle aree neglette, a questi territori
indefiniti (periferie, bidonville, banlieue), insomma al 'terzo paesaggio' - come lo ha
chiamato Gilles Clément, autore del parco parigino André Citroën - come al luogo del
'potenziale', di ciò che, nel caos e nel disordine, ha però in sé ancora l'energia per
'divenire' qualcosa. Raccogliamo allora la scommessa di trasformare il 'terzo paesaggio'
in un 'terzo giardino': se il primo fu l'Eden, quello che oggi possiamo identificare nelle
grandi aree non edificate, e il secondo si può vedere nella città disegnata, costruita
nei secoli con arte e amore, il terzo giardino dovrà sorgere proprio sulle aree
marginali, dove abbiamo finora scaricato i rifiuti e realizzato le emarginazioni.
Soprattutto lì c'è la possibilità di inventare, di ricostruire, di disegnare. Pensiamo,
anche alla luce della 'riconquista della qualità' di recente auspicata dal Presidente
Galan, a tante aree che domani potrebbero essere quanto meno preziose 'riserve e
soprattutto al caso di Marghera: con i suoi capannoni e i suoi silos,. Quel
Capannone Lungo -550 metri- è già oggi un'opera d'arte. E proprio Marghera
è la più grande opportunità della nostra regione per dare corpo a un sogno, a un'idea
di qualità che prevalga sulla volgarità degli ultimi decenni. Nascerebbe una Grande
Venezia, costituita dalla città storica più famosa al mondo, ricucita però tra Mestre e
la nuova Marghera. Progettare, dunque, un'architettura priva di zone, di ghetti, ricca
invece di giuste alternanze, per stimolare incontri, scambi e arricchimenti;
un'urbanistica integrata, capace di sorprendere, di far viaggiare, con i nostri pensieri,
pure le nostre merci e le nostre invenzioni. Vogliamo credere che sia necessario ripartire
proprio dalle città, con la loro storia e la loro energia.
G.d.M.
beppemassara@virgilio.it
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