COM’ERA DOV’ERA- STRAPPA L’APPALUSO /31.12.03

FENICE : un primo bilancio di Giuseppe dalla Massara 14.12.03

Il primo applauso, è andato a Paolo Costa, il sindaco che caparbiamente è riuscito a fare (ri)nascere, in soli due anni di lavori, per la terza volta il teatro più amato d’Italia, dopo cinque anni di avventure cantieristiche e giudiziarie (di chiassosi silenzi tra blocchi di cantieri e tribunali,) con un risultato incredibile per il nostro paese, roba d’altri tempi.

La scelta di volerlo dov’era e com’era (o quasi) è stata capace di abbreviare i tempi evitando tanti ostacoli e polemiche, pur riconoscendo che questo vale soprattutto per la sala grande, mentre la rimanente struttura risulta tutta riprogettata, con nuove soluzioni architettoniche e tecnologiche, dimostrando poi che innovazione e memoria non sono termini contraddittori

L’altro applauso va a quella felice e brava squadra di maestri-artigiani, che temevamo non più esistessero e invece li riscopriamo –ultima generazione-, con estremo piacere, vivi e attivi nel nostro Veneto e nei dintorni, pronti ad accettare e vincere la sfida del tempo, siglato da quella vincente scommessa lanciata dal calendario esposto in campo S. Fantin, vero e proprio ‘count down’ che per 625 giorni ci ha messo l’ansia dell’attesa .

Artigiani simili in Germania, Austria, Polonia e non solo, sono apprezzati ricostruttori di palazzi e città distrutti nell’ultima guerra, e hanno creato vere scuole del ‘falso barocco’ capaci di ricostruire com’erano e dov’erano palazzi e chiese come avviene ancora oggi a Dresda , a Berlino ecc.

Ma come in tante altre vicende umane anche su questo argomento ci sono sempre almeno due scuole di pensiero. Uno potrebbe essere chiamato il partito delle memorie, di coloro che di fronte ad episodi più o meno monumentali, perduti per calamità, e impregnati di valori estetici, storici o anche solo i valori della memoria, chiedono la loro ricostruzione, la restituzione di com'era, accettando anche il falso, come prezzo non disonorevole, pur di garantire a loro e ai posteri la lettura di quelle pagine.

L’altro è il partito dei moderni con l’aspirazione, anche motivata, di lasciare il segno del loro passaggio e quindi di dover e di poter cogliere ogni occasione per realizzare e dimostrare di saper realizzare opere contemporanee, palazzi e città magari proiettate verso il futuro. Inevitabilmente questi nemici delle false ricostruzioni .

Abbiamo sentito Mario Botta, il grande architetto di palazzi, chiese e musei, facilmente riconoscibili in ogni angolo del mondo dalle sue caratteristiche superfici in mattoni a faccia a vista, manifestare disappunto per la falsa ricostruzione della Fenice, e aver così perso una preziosa occasione per dare prova alla cultura e all’arte contemporanea di produrre qualcosa di nuovo, in questo caso a Venezia.

Denuncia quella di Botta capace di lasciare angoscia, ma confesso che non saprei pensare ad un campanile di San Marco diverso da quello ricostruito com’era e dov’era dopo il crollo del 1902.

Lo stesso dicasi per i veronesi ponti di Castelvecchio e di Ponte Pietra, così come tanti altri monumenti distrutti dalla guerra e ricostruiti, ma pure per il duomo di Gemona e quello di Venzone, rasi al suolo dal terremoto e ricostruiti com’erano e dov’erano (anche con il piccolo contributo di chi scrive). Si può anche fare memoria di quanto si sia dimostrato difficile per noi moderni intervenire a Venezia, dove soluzioni contemporanee sono state proposte e poi affossate per mancato entusiasmo o insufficiente convinzione e per fortuna non realizzate come i casi più emblematici di Wright e di Le Corbusier ).

Lo stesso Mario Botta nel suo recentissimo intervento presso la Galleria Querini Stampalia si è ‘impantanato’, pur nel tentativo di porsi sulle orme del veneziano Carlo Scarpa, con un intervento più da milanese casa-ringhiera che veneziana.

Ulteriore occasione, questa alla Querini, utile per rivalutare i meriti della veneziana sensibilità di Carlo Scarpa ((lasciati a Venezia (vedi Negozio Olivetti ), come a Verona (a Castelvecchio) come a Palermo ( a palazzo Abatellis)) che ha lasciato sempre atmosfere e dettagli in esemplare sintonia con l’ambiente, oltre che di alta qualità formale.

Come dice qualcun, un bravo chirurgo ti salva la vita, ma solo un bravo chirurgo-estetico ti salva la faccia.

Forse non a caso lo stesso Aldo Rossi, accettando l’idea della ricostruzione storica-filologica della Fenice (lui padre del linguaggio ‘Postmoderno’) , di fronte al peso dell’intervento veneziano, trovò ‘molte giustificazioni per ricostruire com’era e dov’era’ , riconoscendo che su Venezia ‘così come non c’è più niente da dire, non v’è nemmeno più nulla da costruire’ e per questo sempre Aldo Rossi confessa ‘ di aver lavorato alla ricostruzione della Fenice, non per rimediare a un disastro, ma per ricreare un monumento di Venezia’, concludendo anche’ che vi sarà sempre da dire’, come il caso dimostra. Ancora, Aldo Rossi, trovato l’ambìto per creare uno spazio tutto nuovo e quindi l’occasione per esprimersi in maniera personale, non pensò di meglio che ricostruire nel nuovo ‘Ridotto’ nientemeno che un fronte della vicentina Loggia Palladiana, citazione colta, non esclusa l’ironia, ma un ulteriore falso.

A chiusura di questa breve nota un ulteriore auspicio: salvata la Fenice e altri monumenti bisognosi, cosa fare per salvare Venezia, se non riportandovi la vita con i suoi residenti proprietari (specie i piccoli), che soli possono avere le dovute attenzioni le necessarie cure per muri e fondamenta. Questa dovrà essere la scommessa di chi, dopo aver vinto quella del teatro voglia scommettere sulla città.

G d M

 

(rigettando la rinuncia dell’uomo architetto a lasciare un segno del nostro tempo, cioè a fare un’opera moderna )